
Sono stato l’ultimo di una lunga serie di preti che hanno avuto nella giovinezza un’esperienza bella
di fede grazie anche a Don Paolo e a quello che ha creato a Chateau e in Valle Stretta, sono sempre
stato della parrocchia della Santissima Trinità, quindi da ragazzo Don Paolo era il mio parroco.
Dopo il catechismo ho iniziato a frequentare i cenacoli (come all’epoca venivano chiamati i gruppi
dal dopo cresima in poi) anche se non mi ero ancora deciso a fare i campi, ho iniziato qualche anno
dopo con il campo ado. Significativi fin da animato sono state le riflessioni in Valle e agli esercizi
spirituali, la confessione sulla pietra in Valle, il modo appassionato e a volte un po’ colorito di Don
Paolo di annunciare la fede. Era anche il mio confessore durante l’anno, mi ricordo che alla messa
dei cenacoli lui raramente celebrava ma era per lo più seduto nel suo confessionale e io approfittavo
proprio di quei momenti per confessarmi da lui. L’anno del superex avrei dovuto fare animazione ai
campi dei più piccoli con gli altri miei compagni, ma Don Paolo ha voluto che facessi l’animatore al
campo Ado, fu così che iniziò il mio periodo di animatore. Sicuramente ho tanti ricordi di don
Paolo, sia più personali che dei momenti vissuti insieme ad altri ai campi, gli scherzi le arrabbiature
per piccoli e grandi errori o stupidaggini che facevano i ragazzi o gli animatori: reagiva a volte in
modo esagerato e particolarmente colorito, ma ripensandoci era il suo modo di dimostrare quanto ci
tenesse ai ragazzi, e dopo poco era già sereno che scherzava. Noi animatori conoscendolo
cercavamo di evitare non dico di non fare stupidaggini, ma almeno di farci beccare, e quando non
riuscivamo comunque la prendevamo anche abbastanza sul ridere…ancora adesso con gli amici
ricordiamo questi momenti. Un ricordo un pò più serio riguarda quando a 28 anni gli ho comunicato
la mia decisione di iniziare il cammino del seminario, non è rimasto stupito e mi ha detto che fin da
quando ero molto giovane aveva intuito la mia vocazione e in effetti in rare occasioni me lo aveva
anche detto. Quando ero seminarista nel mese di settembre più volte ho fatto il campo dei ragazzi
dell’Engim con lui, anche se aveva ormai passato abbondantemente gli ottant’anni e le energie non
erano più quelle di una volta, il suo desiderio di evangelizzare i più giovani non era di certo venuto
meno.
Al di là dei miei ricordi e del significato che ha avuto don Paolo, Chateau e Valle
Stretta nel mio percorso di fede che poi mi ha portato, in un periodo in cui avevo già
lasciato l’animazione a entrare in seminario, vorrei condividere alcune riflessioni su
don Paolo.
A differenza forse di altri preti carismatici con i giovani che si sono “specializzati” e
concentrati su alcune categorie: c’è chi si concentra su ragazzi difficili, chi invece si
dedica a universitari o coltiva in particolare ragazzi che hanno già un cammino di
fede e vengono da famiglie cristiane, don Paolo ha seguito giovani molto diversi tra
loro, sapendo differenziare e incarnando il Vangelo nella vita a volte molto diversa
dei giovani: si è speso per i tossicodipendenti, facendo
nascere la comunità Nikodemo, ai campi sicuramente, visto anche i contesti in cui ha
esercitato il ministero, hanno partecipato molti ragazzi difficili, ma allo stesso tempo
fra gli animatori ci sono tanti ragazzi che si sono laureati e hanno avuto brillanti
carriere, per non dimenticare i ragazzi malati che ha accompagnato e che ora i loro
nomi sono scritti sulla croce dei Ragazzi in Cielo. Un aspetto che ha caratterizzato
molto il suo ministero con i giovani è sicuramente il fatto che dagli animatori di Valle
Stretta sono nate tantissime vocazioni. Un primo punto di forza può essere proprio
questo, saper cogliere i bisogni umani e spirituali in ragazzi e in situazioni molto
diversi tra loro.
Quale può essere il segreto del successo, soprattutto in ambito vocazionale? Forse il
carisma personale, l’impegno, la determinazione, delle tecniche educative o
comunicative? L’essere un pilota? Oppure le disponibilità economiche che gli hanno
permesso di acquistare una casa a Chateau Beaulard per fare gli esercizi spirituali e i
campi, o l’essere riuscito ad ottenere la Maison des Chamois? Tutto questo
sicuramente ha influito, ma al di là delle caratteristiche personali e delle modalità
utilizzate, che non sono replicabili perché ogni prete, ogni oratorio è diverso,
cambiano i contesti, ha avuto il coraggio di parlare di Dio, dell’aldilà, e soprattutto ha
avuto il coraggio di puntare in alto proponendo esercizi spirituali in silenzio,
insistendo sulla centralità della messa, della confessione, ha favorito l’incontro tra il
Signore e il cuore dei ragazzi. Don Paolo più che un uomo che ha raggiunto dei
risultati importanti nella vita utilizzando l’impegno e le proprie capacità, si è lasciato
“usare” da Dio, è stato uno strumento nelle sue mani. Allora ha fatto tutto Dio? No,
lui ha detto tanti piccoli e grandi sì, si è fidato, ha capito probabilmente che certe sue
idee non erano solo sue ma dello Spirito Santo e le ha seguite.
Collegandomi al fatto di essere strumento e per evitare che questo mio testo diventi
un incensazione di don Paolo, vorrei parlare dei limiti di don Paolo: sicuramente
qualche sua idea sull’educazione, sulla psicologia o su altro come storia, politica
possono non essere condivise o possono sembrare oggigiorno superate e fin qua
niente di strano, ognuno ha le sue idee e il sapere umano si evolve, ma chi l’ha
conosciuto e ci ha collaborato sa che si arrabbia facilmente, e certe parole e certi
modi in molti casi sono stati fuori luogo e possono avere, in alcune circostanze,
allontanato delle persone.
Però forse proprio questo è il bello, la Chiesa è fatta di persone normali, il Signore
agisce grazie ai si che diciamo, senza farsi spaventare dai limiti, se sbagliamo Lui
aggiusta il tiro, non bisogna essere perfetti per fare grandi cose!
Quello che mi colpisce è che generalmente anche chi ha avuto da ridire con don
Paolo, o chi pur avendo fatto i campi e magari anche l’animatore si è allontanato
dalla fede, riconosce il gran bene seminato da quest’uomo e allo stesso tempo chi era
più legato a lui e adesso magari ha famiglia e continua a frequentare la parrocchia o è
prete, riconosce con serenità certi limiti.
Un altro aspetto che mi sembra di aver notato in noi preti che veniamo da Valle, è che
pur riconoscendo nell’esperienza vissuta nella giovinezza con don Paolo un punto
fondamentale della fede e della vocazione e ricordandolo con grande affetto, e anche
continuando chi più chi meno a vederlo o sentirlo, ci siamo “distaccati” in modo
sano, facendo dei percorsi personali anche molto diversi, cercando di essere noi stessi
senza per forza riprodurre quello che abbiamo vissuto. Facevo l’esempio di noi preti,
ma mi sembra che anche tra i laici (poi ci sono sempre le eccezioni, i nostalgici), più
che una venerazione del leader, c’è una gratitudine e un affetto sano. Dico questo
perché nella Chiesa si riscontrano a volte casi di esaltazione e attaccamento ad alcune
figure non del tutto sani.
Sicuramente quello che ha fatto nei lunghi anni di ministero ha portato frutto, un
frutto che rimane e si propaga, perché con altri preti i campi continuano e soprattutto
perché tante persone portano la ricchezza delle esperienze fatte in gioventù in altre
parrocchie, come preti e laici, nelle proprie famiglie, negli ambienti di vita.
Pensando al presente e al futuro delle parrocchie e degli oratori penso che possiamo
prendere molti spunti dall’insegnamento di don Paolo. Voler scopiazzare quello che
ha fatto, non gli renderebbe onore, perché forse quello che più dobbiamo imparare è
leggere i contesti e le situazioni in cui ci troviamo, partire dai bisogni e dalle
domande reali dei giovani di un determinato luogo e di un determinato periodo,
incarnare il Vangelo, puntando sia sui gruppi, per raggiungere un numero
relativamente elevato di persone, ma anche avendo un’ attenzione al singolo e
all’ascolto dei desideri, delle paure, dei dubbi. Bisogna partire dai giovani che
abbiamo, non da quelli che vorremmo
Un altro aspetto è avere il coraggio di parlare di Dio in modo esplicito, proporre
qualcosa di alto, magari impegnativo, ma bello, il silenzio, la confessione,
l’adorazione, per favorire l’incontro personale con Gesù.
Fondamentale poi penso che sia la fiducia:
-in Dio, credere che agisca, che continui a chiamare i giovani all’incontro con Lui,
credere nell’azione della Spirito Santo nella Chiesa e in noi, credere alla forza
intrinseca del Vangelo;
-in noi, come singoli ma soprattutto come comunità, se ci proviamo nonostante i
limiti, anche se ci saranno fallimenti, anche se i numeri non saranno elevati, dei frutti
arriveranno;
-nei giovani, credere in loro, partendo da quello che sono e quello che vivono,
riconoscendo il tanto bene che portano dentro, ci sono tanti ragazzi buoni generosi e
riconoscendo anche in comportamenti sbagliati una richiesta di aiuto, un bisogno di
amore che è poi un bisogno di Dio. Bisogna imparare a vedere anche negli
atteggiamenti polemici e nei dubbi, un punto da cui partire per costruire qualcosa di
buono con loro e per loro.
Don Paolo dava molta importanza al fatto che fossero soprattutto i giovani ad
evangelizzare altri giovani, perché la testimonianza di un coetaneo o di un ragazzo
con qualche anno in più è molto più incisiva, c’è il rischio invece in certi oratori, che
gli animatori si occupano principalmente di far divertire e aggregare i ragazzi, ma
non hanno un vero e proprio cammino di fede, e poi preti o adulti, si occupano della
parte religiosa e questo in genere non porta molti frutti. Favorire esperienze forti e
accompagnamenti personali, con anche pochi ragazzi che sono più inclini a un
percorso di fede, può poi portare grossi benefici per l’evangelizzazione dei ragazzi
della comunità.
Per concludere direi che per rendere omaggio a tutto quello che don Paolo, grazie
all’aiuto di tantissimi animatori, volontari, suore e preti ha fatto, ognuno di noi che ha
tratto beneficio da tutto questo, può vivere lì dove si trova e a suo modo quello che ha
imparato in gioventù.

