
Bhe parlare del grande Don Paolo non è facile, un uomo illuminato da Dio che si è sempre buttato in imprese più grandi lui, forse perché in cuor suo sapeva che ad operare non era lui, ma Lui.
I campi per togliere i ragazzi dalle strade, la comunità di recupero Nicodemo per aiutare i tossico dipendenti, il giornale, la televisione (in un periodo si spinse anche a quello) , la gestione della comunità parrocchiale, le visite ai parrocchiani, le confessioni , i contatti con la società civile , i voli per portare i ragazzi a provare le sensazioni del decollo, del volo e dell’atterraggio, con in mezzo i giri della morte con l’aeroplano, ecc… ecc… Penso che non basterebbe un libro per elencare tutte le miriadi di cose fatte da don Paolo, che in poche parole si potrebbe definire “il padre di Nichelino”, perché, in fondo, chi lo ha conosciuto si sente un po’ suo figlio.
Un grande padre, si, ma con un carattere talmente forte che era impossibile da controbattere.
C’è poco da fare, lui aveva ragione e ,o facevi come diceva lui, o facevi come diceva lui…
Io, con il mio caratteraccio saccente e convinto, per lui sono e sarò sempre il “comunista contestatore” … ovviamente nell’accezione paterna del termine, ero il figlio un po’ diverso da correggere per il suo bene, in fondo mi voleva bene, ma per lui ero comunista.
Dal canto mio ho sempre un po’ passato il tempo cercando la sua approvazione, proprio come si fa con un padre che non ti ha mai dimostrato il suo affetto… e come ad un padre gli ho sempre voluto bene.
Non amo la santificazione pre-mortes e quelle nenie da paese in cui si dice sempre che il defunto era una “buon’anima”… tutti già parlano di un santo e probabilmente lo è, ma è stato un uomo come tutti noi e, a volte, qualcuno, con il suo carattere totalitario e accentratore, forse lo ha ferito, ma niente di grave, lui voleva farci crescere e immettere dentro di noi il seme della fede. Costasse quel che costasse e, se anche questo poteva ferire, andava fatto perché la posta in gioco era alta: bisognava evangelizzare e salvarci.
Ricordo che diceva sempre che tra i quattordici e quindici anni ai ragazzi si apre il cuore, ed è li’ che bisogna seminare il seme della parola di Dio. Aveva ragione e, ancora oggi che quei ragazzi hanno più di quarant’anni, quelle parole si rivelarono profetiche, perché molti sono ancora in parrocchia ad aiutare la comunità, e molti operano atti di bontà nella propria vita, diciamo che ha fatto crescere delle belle persone.
Però il carattere era forte, duro e spigoloso e se entravi in scontro con lui non è che lasciasse tanto spazio al dialogo… Durante un campo in valle stretta mi fece un rimprovero pesante e bello condito di epiteti folcloristici sulla mia persona perché, a suo avviso, stavo rischiando di rompere la staccionata davanti alla maison de chamoi. Lì per lì non la presi bene e, da adolescente, direi che mi “incazzai proprio” io stavo facendo un gioco un po’ maschio e non volevo rompere nulla, ma lui era lontano e non capì… quindi urla e sgridate fuori dalle righe e sproporzionate, ma ovviamente non c’era possibilità di replica, lui se ne andò via in jeep senza possibilità di replica. Ciò che mi porto nel cuore è però il giorno dopo. Come mi vide mi chiese scusa e mi abbracciò appoggiando il suo testone sul mio, dicendomi che si sentiva in colpa e che aveva pensato a quello che mi aveva urlato contro… Il grande Don Paolo stava chiedendo scusa a me: quella nullità di ragazzino introverso e saccente. Quelle scuse mi rimasero nel cuore e valsero decisamente di più delle urla del giorno precedente.
Un altro momento che non ho il coraggio di interpretare, ma che mi turbò profondamente fu la sua reazione alla morte di un ragazzo poco più che adolescente. Io e un amico eravamo con Don Paolo al momento in cui si seppe della notizia. Le sue parole ancora mi risuonano in mente. Molto triste per la notizia disse: “ se non c’è niente dopo, siamo tutti fregati”. Ancora oggi ricordo il mio sgomento: usò un condizionale “se”…non aggiungo altro. La tristezza della notizia gli fece usare il condizionale; anche lui era un uomo con i suoi dubbi e le sue insicurezze. Dopo aggiunse che il ragazzo sarebbe sicuramente andato in paradiso e la sua certezza era piena di fiducia, ma il momento precedente della sua incertezza è ancora impresso nella mia memoria.
Voglio concludere con un momento quasi buffo. Durante una confessione ,ovviamente io, sempre interpretando il ruolo del ragazzo polemico e contrario al mondo in cui vivevo, stavo elogiando lo spirito di fratellanza del mondo evangelico rispetto alle situazioni di finta apparenza che mi sembrava di vivere nel mondo parrocchiale. Condivo il tutto con citazioni e paroloni per dar forza alla mia tesi: lui mi rispose che sarebbe stato contento, pur di vedermi credere con fede, che fossi diventato evangelico. Non era arrabbiato, teneva a me, avrebbe voluto volermi credere.
Don Paolo è sempre stato acqua e fuoco in un tutt’uno: era capace di essere contemporaneamente quello che ti feriva e quello che ti curava.
Don Paolo è però senza dubbio una delle figure più importanti della nostra città: si può affermare senza dubbio che Nichelino era una cosa diversa prima del suo arrivo, prima dell’arrivo del prete pilota che insegnò alla città a volare.
Michele Auddino

