DI +DON MARCO BRUNETTI, VESCOVO DI ALBA

Parlare di Don Paolo non è una cosa semplice in quanto si tratta di un personaggio poliedrico,
creativo e carismatico.
Io ho avuto modo di conoscere Don Paolo da adolescente. In particolare ricordo un corso di esercizi
spirituali, quando ero già seminarista nelle superiori. Per me fu un incontro speciale. Creai subito
una sintonia, un dialogo. Don Paolo è uno che sapeva parlare agli adolescenti.
Gli adolescenti erano il suo pezzo forte. Don Paolo intercettava quelle situazioni di movimento che
avviene in quell’età e tutto quanto era orientato a fare incontrare Gesù Cristo a questi ragazzi, anche
se vivevano in un turbine di cambiamenti psicologici, fisici, sessuali, senza tralasciare nulla. Ci
sono alcuni insegnamenti di Don Paolo che tornavano continuamente, che venivano anche un po’
riassunti in alcune sue espressioni tipo.
Per esempio, me ne viene in mente una che mi ha sempre accompagnato nella mia vita, quando lui
diceva parlando degli adolescenti: “i sì o i no detti a 14, a 15 anni sono i sì o i no detti per tutta la
vita!”
Ecco, in queste affermazioni così forti, lui sintetizzava un momento cruciale della crescita dei
ragazzi.
Tant’è che anch’io fui preso in qualche modo da questo vortice e feci alcune esperienze che lui ha
fatto fare a migliaia di ragazzi durante tutta quanta la sua vita sacerdotale. I punti focali, almeno
nella mia esperienza, erano due.
Il campo adolescenti fatto in estate, abbastanza lungo, almeno 12 giorni, in cui si faceva
un’esperienza forte di vita comune, anche di fatica. Le passeggiate erano il punto forte e tutti noi
eravamo veramente coinvolti in quelle settimane. L’altro punto focale erano gli esercizi spirituali,
normalmente fatti presso la Casa Paterna di Chateau Beaulard in Val di Susa.
Tra un evento e l’altro, il campo e gli esercizi, vi era l’attività durante l’anno che si svolgeva in
particolare in parrocchia, attraverso il cenacolo.
Quest’esperienza faceva sì che i ragazzi venivano accompagnati, ma vi era sempre però la
possibilità di un colloquio, di una confessione, di una direzione spirituale che Don Paolo faceva
continuamente con noi ragazzi.
Ecco, io ho vissuto queste esperienze e mi hanno aiutato, anche se la mia situazione era un po’
particolare perché essendo in Seminario, ovviamente potevo usufruire di tutta la formazione e gli
strumenti che il Seminario mi metteva a disposizione.
Don Paolo ha cambiato il volto di Nichelino, il mio paese.
Io ricordo che la sua venuta fu un uragano. Riuscì a coinvolgere veramente la gioventù della città.
Io ho ancora in mente una riunione in cui lui ci chiese di fondare Radio Nichelino Comunità.
Anch’io partecipai inizialmente ad alcune riunioni e ricordo anche alcuni lavori presso il centro
maschile, oggi è la scuola dei Giuseppini, dove passammo giornate intere ad incollare ai muri i
portauova di cartone per insonorizzare le stanze.
La radio fu veramente una delle tante novità che Don Paolo portò a Nichelino. Non posso nemmeno
dimenticare il giornale Nichelino Comunità. Anche qui ricordo i primi collaboratori. Ricordo anche
la forza di poter fare un giornale che potesse diventare un riferimento per tutta quanta la città. E
penso che lo sia ancora oggi.
Ma come non dimenticare anche il lavoro di Don Paolo con la Comunità Nikodemo?I suoi primi
passi, il coinvolgimento delle suore figlie di San Vincenzo, i primi animatori, educatori, son tutte
cose che io ho vissuto indirettamente ma avevo ben presente e di cui Don Paolo mi parlava quando
ci vedevamo e ci sentivamo man mano che passavano gli anni.
Io crescevo e sono diventato sacerdote. L’esperienza anche molto forte che feci con Don Paolo
riguarda il momento della mia ordinazione presbiterale. Io appartenevo alla parrocchia di
sant’Edoardo Re e avevo una grande stima per il mio parroco che mi indirizzò in seminario e a cui
devomolto, don Gioacchino Valentini, ma con me c’era anche il caro Don Filippo Raimondi, anche
lui appartenente alla parrocchia di sant’Edoardo, proveniente, ormai già adolescente, dalla
Parrocchia S. Vincenzo Ferreri di Moncalieri. Ma con noi, quell’anno, nel nostro corso, c’era anche
un terzo. seminarista che diventava prete Don Luciano Morello. Lui era della parrocchia della
Santissima Trinità, la parrocchia di Don Paolo. Ricordo che la nostra ordinazione fu un grande
momento di festa e Don Paolo insistette perché potessimo dire una prima messa tutti insieme in
piazza, davanti al municipio.
Quella piazza che tutti noi conoscevamo col nome di Piazza Rossa. Sì, perché Don Paolo era così.
Era per certi versi qualche volta un don Camillo alla Fernandel. Lui amava avere qualcuno con cui
confrontarsi. Non voglio dire un nemico, ma qualcuno in qualche modo da battere. Sicuramente
l’ideologia comunista e marxista era una delle sue battaglie preferite. Ricordo anche il periodo in cui
ebbe un confronto molto duro con i testimoni di Geova.
Quando qualcuno rientrava dai Testimoni di Geova, lui mi disse, li mandava casa per casa, dai
testimonidi Geova, per testimoniare la vita di fede cattolica. Esattamente fare quello che facevano
quando erano coi testimoni di Geova. Sono quindi tante le cose che mi hanno legato a Don Paolo e
alla Città di Nichelino, che io ovviamente ho sempre amato e apprezzato, ma vorrei anche ricordare
alcune iniziative che ho cercato di condividere con Don Paolo da prete. Quando mi fu proposto di
assumere la responsabilità della pastorale della salute a livello diocesano, uno dei primi a saperlo fu
lui, perché andai a chiedergli un consiglio, e lui, senza ombra di dubbio, perché Don Paolo,
comunque, è sempre stato obbediente alla Chiesa, al Papa, al Vescovo mi disse che se me l’avevano
proposto dovevo accettare e quindi intrapresi questa attività nel mondo della salute a livello
diocesano e poi anche regionale, ma non mi sono dimenticato di Don Paolo e delle sue attività e con
lui cominciai a collaborare per gli esercizi spirituali radiofonici per i malati nel nella settimana
Santa .
Fu un’esperienza molto bella, molto forte, che ha continuato fino a questi ultimi anni perché la radio
ci permise di poter raggiungere tantissimi anziani malati nelle loro case o nelle strutture dove erano
ricoverati e Don Paolo si mise completamente a disposizione.
Potrei ricordare ancora tante altre cose, anche episodi vissuti durante i campi in montagna, a
Chateau in valle stretta, nelle attraversate, il passo dell’orso, quante cose interessanti. Don Paolo
ebbe anche la capacità di organizzare il gruppo degli animatori, ma quasi come fossero dei
protagonisti in un grande gioco.
Lui, il gruppo, lo chiamava l’Onu, l’organizzazione numero 1, con dei compiti ben chiari affidati a
ciascuno, c’era il capo campo, l’economo, il responsabile dei vari momenti della giornata, il gioco,
le serate, eccetera. E questa impostazione, questo stile poi io la presi anche da prete, quando nelle
parrocchie dove sono stato organizzavo i campi. Mi sono rifatto moltissimo a questo schema perché
rendeva tutti protagonisti, anche se si sapeva che il capo era lui e bisognava assolutamente obbedire
a lui.
Si sprecano i racconti in cui Don Paoloi interveniva, ma forse lo faceva per rendere le cose anche
più divertenti.
Guai se disobbedivi, guai se venivi meno ai tuoi impegni, interveniva duramente. Ricordo alcune
sue iniziative anche un po’ spettacolari, per esempio quando ci fu il terremoto nel Friuli. Lui mandò
col vice parroco di allora un gruppo di giovani per fare volontariato. Questi si comportarono male.
Il vice Parroco informò Don Paolo. Don Paolo non esitò a prendere la macchina e andare in Friuli e
riportarli a casa.
Lui era solito a questi atteggiamenti, a questi comportamenti anche un po’ drastici.
Parlando ancora dei campi, certamente una realtà, che ha giocato molto nella spiritualità, nella vita
di Don Paolo è il suo legame con i giovani, soprattutto adolescenti, che si sono ammalati.
In qualche modo hanno rappresentato una catena di persone che lui è arrivato poi a chiamare i
“ragazzi in cielo” con la croce in Valle Stretta. Direi che tutto questo partì dopo il grave incidente,
tragedia che coinvolse Gianfranco Ligustri, un giovane animatore che in valle stretta cascò e lo
trovarono nel torrente morto. Questo fu un momento tragico per la città di Nichelino.
Credo abbia segnato profondamente don Paolo.
Così come anche ha segnato Don Paolo la presenza di alcuni sacerdoti, i suoi collaboratori, che poi
sono morti prematuramente di tumore. Penso a Don Joe che veniva da Malta e non solo. Don Paolo
però aveva un chiodo fisso, i giovani, i ragazzi, soprattutto gli adolescenti. Dopo o li impegnava
come animatori nel proseguire la sua proposta pastorale, oppure li inviava e li lasciava un po’ a se
stessi.
Don Paolo li lasciava molto liberi.
Un’altra cosa che vorrei ancora ricordare di Don Paolo è il fatto che lui è un pilota. Lui ha scritto dei
libri e usava la metafora del pilotaggio dell’aereo anche per la vita spirituale. E questo affascinava i
ragazzi, noi giovani. Non posso dimenticare le volte in cui ho potuto volare con lui, erano piccoli
aerei che lui prendeva dal campo volo di Grugliasco, e ci portava soprattutto in montagna. Ricordo i
voli in Val di Susa, erano esperienze uniche per noi ragazzi di Nichelino. Lui su questi voli ci
ricamava tante cose, tante storie e sovente diventavano anche occasioni per confessarsi, per
riscoprire i valori veri e grandi della fede.
Vorrei concludere pensando al momento in cui mi chiamarono a Roma per comunicarmi che Papa
Francesco mi aveva designato vescovo di Alba.
Questa cosa ha segnato profondamente la mia vita. Don Paolo, con grande entusiasmo quando lo
venne a sapere si fece subito presente nei miei confronti e mi incoraggiò molto. E lui che è un prete,
che amava e ama il Signore ed era ed è felice di essere prete, mi ha dato un grande slancio.
Molti preti riconducono un po’ a lui la la propria vocazione, il fatto che un ragazzo di Nichelino
diventasse prete come tanti altri, ma anche vescovo lo aveva un po’ inorgoglito e l’ho sentito molto,
molto vicino. E ancora oggi quando l’incontro, ecco, vedo in lui lo sguardo amorevole di un amico.
Una persona che continua a pregare e a sostenere il mio cammino.

