1. Primi incontri col vulcano
2. Tre aneddoti
3. Le parolacce e la democrazia pilotata
4. La politica di don Paolo
5. Sull’educazione, idee chiare e poi volare
6. Il senso del “don” per la Chiesa
- Primi incontri col vulcano
Gli ultimi giorni di Carnevale erano interamente occupati dagli Esercizi Spirituali. Fu così anche per quell’anno 1978, dal 4 al 7 febbraio. Avevo 15 anni e mezzo.
L’anno precedente, questa tre giorni che partiva il sabato pomeriggio, occupava l’ultima domenica di carnevale e poi via fino al pomeriggio del martedì “grasso”, mi aveva colpito ed entusiasmato. Fresco di ingresso in seminario, per la prima volta avevo vissuto questa full immersion nelle cose di Dio. Ed era anche la prima volta che godevo di una cameretta tutta per me, io abituato alla convivenza con mio fratello, a casa, e alla camerata con 10 letti nella sede del seminario minore.
Senza alcuna rivendicazione nei confronti del Carnevale, ero pronto. Con le migliori intenzioni e con il “quaderno delle riflessioni”, di cui eravamo stati invitati ad attrezzarci, nuovo di zecca.
E ci venne presentato il predicatore: don Paolo, parroco a Nichelino. Ne avevo sentito parlare, prima, solo in termini vaghi. Ma la ampia pelata mi sorprese per qualche momento. E poi, certo, mi colpì il parlare calmo, caldo e convincente.
Ho il rammarico forte di aver smarrito quel “quaderno delle riflessioni” e in tutta franchezza non riesco a ricostruire l’esatto dipanarsi di quei tre giorni, che ebbero una progressione anche l’anno successivo, dal 25 al 28 febbraio 1979. Ma alcuni “nuclei” attorno a cui si sviluppavano argomenti proposti in modo assolutamente convincente sì, quelli li ho bene in mente. L’adolescente, i genitori, il gruppo dei pari, la ragazzzina-con-quel-nasino-lì, la purezza. Teillhard de Chardin e il punto omega. La confessione (“quella mia confessione con Padre Navone, che Paradiso!”), la Messa, Gesù Cristo, gli Esercizi spirituali. Il Papa (“ubi Petrus ibi Ecclesia”: dove c’è il Papa, successore di Pietro, c’è la Chiesa – copyright S.Ambrogio), il prete. L’aereo, la casa in Valle Stretta. Ma come ha fatto, quel vulcano di don Paolo, a farmi sentire e a farmi innamorare di tutto questo in tre giorni più tre giorni?
Perchè a me è andata così. Io don Paolo l’ho visto e accostato personalmente a febbraio 1978, poi a febbraio 1979 e poi poche cose, per anni. Ma intanto sentivo parlare di lui dai coetanei miei e dai preti che erano stati discepoli suoi e leggevo cose scritte su di lui e da lui su “Nichelino Comunità” e sui libri suoi che uscivano a ritmo impressionante.
E così mi sono fatta qualche, del tutto personale, idea che oso condividere più sotto, non tanto del personaggio, ma dello stile con cui ha dato corpo a un numero sterminato di iniziative. Elenco, parziale, parzialissimo, tratto da alcune ore di conversazione avute solo di recente con don Paolo, e riportate in Quel don a Nichelino: il mensile “Nichelino Comunità”, i fiduciari di caseggiato, le visite ai malati, l’attenzione ai poveri, “Radio Nichelino Comunità”, il Centro di Formazione Professionale, gli scout, la Comunità Nikodemo, la promozione di comunità di suore e dei Padri Giuseppini, la promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose, ovviamente la celebrazione avvincente dei Sacramenti, gli Esercizi Spirituali, i campi della gioventù, la direzione spirituale, “Il Vento”, i “Ragazzi in Cielo”, le chiese costruite-dove-una-volta-c’erano-i-campi, i voli in aereo. - Tre aneddoti
Quanto a me, non più di tre aneddoti, riconducibili agli anni della mia formazione: i volantini, l’aereo, l’Immacolata.
Nei primi anni ’80, don Paolo era ormai stabilmente insediato a Nichelino. I campi della gioventù una esperienza consolidata ed efficace, cui guardavano con interesse anche le altre Parrocchie della città e don Paolo stesso era disponibile a sostenere in modo generoso itinerari analoghi, specie prestandosi alla formazione e all’accompagnamento dei futuri educatori. Con fatica, nella Parrocchia che frequentavo io, adiacente alla sua, si erano create le condizioni per la promozione di un campo adolescenti: uno staff di educatori di primo pelo, un gruppo di adulti di supporto, generoso ma inesperto, una casa ospitale ma in mezza montagna, un modesto volantino che presentava l’iniziativa alle famiglie…Tutto molto più modesto rispetto alla potenza di fuoco che poteva esercitare don Paolo e la sua organizzazione: pubblicità massiccia, case dislocate su montagne affascinanti vista camosci, giovani educatori ormai navigati, adulti capaci di risolvere qualsiasi inconveniente tecnico. Succede che una-due-tre famiglie, anche abitanti sulla via della nostra chiesetta di legno, scelgono di mandare i figli “da don Paolo, che fa cose più belle”. Noi, quelli della chiesetta di legno, al confronto, facciamo la figura dei parenti poveri. Raccolgo tutta la mia indignazione e chiedo di parlargli: “Ma come? ci hai sempre supportato, hai sempre detto che anche noi più piccoli dovevamo avere il tempo di crescere e proprio ora che è il momento di invitare i ragazzi alla loro ‘prima volta in montagna’ ti metti a fare la concorrenza, incoraggi i ‘tuoi’ animatori a fare proselitismo sul ‘nostro territorio’?”. Ora, a distanza di anni, sorrido con compatimento ricordando questo clima di competizione tra campanili. Di fatto, in quella occasione, Don Paolo mi mandò a…spazzare il mare, ma poi gli episodi di competizione si attenuarono e tutti vissero felici e contenti.
Secondo episodio: il 15 ottobre, molti ma non tutti lo sanno, è il compleanno di don Paolo. Con l’amico Marco Brunetti decidiamo di passare a Nichelino a fargli gli auguri, senza preavviso. Arriviamo in parrocchia, lui ha appena finito di pranzare. Auguri, baci, abbracci, “Ma che bella sorpresa! Che cari! Vi siete ricordati di me!”, ecc.
Stiamo per congedarci, quando don Paolo cala l’asso: “Venite, andiamo in aereo!” “Don Paolo, dobbiamo andare a scuola [a quei tempi, le lezioni in Facoltà di Teologia si tenevano al pomeriggio], oggi ci spiegano l’Antico Testamento e il Libro della Sapienza”. “Venite con me, in aereo vi faccio vedere le opere create dalla Sapienza di Dio”. Cedemmo alla tentazione senza troppo combattere. E in effetti quel volo fu una esperienza, prima volta per me e per Marco, del tutto sapienziale: le montagne della Val Susa, i grattacieli della città, il grande fiume e i suoi affluenti…e il brivido generato da simulato allarme: “Cosa sta succedendo? Sto perdendo un po’ di quota e non riesco a mantenere il contatto con la torre di controllo”. Che birbone!
Infine: un gruppo di seminaristi, di cui facevo parte, era incaricato di pellegrinare per le parrocchie a presentare la realtà del seminario. Si trattava di prendere la parola in pubblico e “fare la predica” durante la Messa. Quell’anno sono assegnato a Nichelino, e predicherò alla Messa vespertina del sabato e poi il giorno dopo. Mi presento in sacrestia. Prendo accordi col Sacerdote che presiederà, don Paolo non si vede: “è in confessionale”, mi dicono. Quell’anno, la Giornata del Seminario coincide con la solennità dell’Immacolata.
Attacco il mio sermone. Il gancio tra l’adesione di Maria al progetto di Dio e la misteriosa opera del Signore che suscita ancora nel cuore dei giovani il desiderio di diventare preti, corre via liscio. La Madonna si definisce “serva”, siamo esortati a pregare perchè il Signore continui a donarci Sacerdoti che si mettano a servizio della Comunità. La vita del Seminario è fatta così e così. Io sono contento di questa vita e non vedo l’ora di diventare prete. Cari fratelli e sorelle, vogliate bene ai vostri preti e ricordate nelle vostre preghiere i giovani che sono in Seminario.
Al termine della Messa, mi si si avvicinano una, due, cinque, dieci persone. Mi chiedono informazioni, mi esprimono simpatia, mi incoraggiano a continuare nel cammino che, chissà, magari tra qualche anno, mi porterà a fare il prete proprio a Nichelino, sarebbe bello. E poi spunta lui, don Paolo. Gli vado incontro sfoderando il miglior sorriso di cui sono capace. E prima che io dica qualunque cosa, lui mi fa: “Troppo luuunga, troppo lunga ‘sta predica. Domani sta’ più corto”. Uno a zero, palla al centro. - Le parolacce e la democrazia pilotata
Provo ora ad andare oltre ai singoli episodi, più o meno edificanti e oso esprimere addirittura qualche critica sull’operato di don Paolo, per come è riportato da una certa narrazione anche abbastanza diffusa.
Don Paolo non risparmiava parolacce e insulti. Che, presumibilmente, nella maggior parte dei casi non lasciavano il segno – talvolta sì, però: ne ho raccolto di persona una testimonianza dolorosa – vista la (quasi) universale considerazione di cui è avvolto il ricordo di chi ha avuto a che fare con lui in modo non solo occasionale. Specie se eri uno dell’ONU, ovvero un animatore o comunque un responsabile di qualche aspetto della complessa logistica dei campi della gioventù: ciò che non veniva fatto seguendo minuziose procedure imposte dal “don”, se non funzionava – e qualche volta anche se funzionava – andava inesorabilmente rifatto e il temerario autore dell’insubordinazione si vedeva investito anche pubblicamente di una gragnuola di insulti e parolacce. Quanto questo stile poco sorvegliato fosse dovuto a uno spirito del tempo che cominciava a legittimare in pubblico, anche da parte dei preti, ciò che fino ad allora ci si poteva permettere solo in privato (processo ora definitivamente compiuto in qualunque canale tv, per non parlare dei social) o fosse dovuto all’ambiente screanzato delle banlieu torinesi, non saprei dire. Resta che, in un eventuale processo di beatificazione di don Paolo, questo aspetto sarebbe ampiamente usato dall’avvocato del diavolo. E resta, come detto, qualche cicatrice lessicale, tatuata nella memoria anche di personaggi insospettabili.
Del don Paolo pilota d’aereo ho raccontato poco sopra il fatterello a cui io stesso ho preso parte. C’è molto molto di più nei suoi libri e nelle inesauribili sue narrazioni che tanti hanno ascoltato. E c’è la “democrazia pilotata”, una espressione curiosa che qualche volta gli ho sentito formulare, a dire il vero solo nei conciliaboli ristretti costituiti da preti novelli o giù di lì, cui mi è capitato di partecipare. Anche qui, non saprei dire quanto don Paolo abbia fatto di questa “democrazia pilotata” – dove il pilota era evidentemente lui, don Paolo – uno stile nella conduzione delle Parrocchie di cui fu Parroco. Ma la mole imponente delle iniziative riconducibili a lui, iniziative talora anche di grande complessità, oltre a suscitare in me ammirazione, mi inducono a sospettare che il Nostro non si sia logorato più di tanto negli estenuanti “Consigli”, o in organismi analoghi variamente nominati che contrappuntano l’azione delle Parrocchie da qualche tempo in qua. E se non raggiungi il consenso di “tutti” non riesci a muovere foglia, perchè c’è chi rema contro in modo così efficace da farti saltare tutto. Don Paolo, ho l’impressione, inventava. Nel senso di costruire, e creare, cose nuove. Inventava cose di grande efficacia. Condivideva idee con gente che lo stimava e si fidava di lui e quindi il consenso si produceva da solo. E chi dissentiva? Semplicemente andava a cantare in un altro coro. Anche su questo aspetto ho testimonianze di prima mano. Quanto alla “sinodalità”, su cui oggi si scrivono pagine di buone intenzioni: semplicemente, ai tempi di don Paolo, non era neanche nel vocabolario. - La politica di don Paolo
Don Paolo arriva a metà degli anni ’70 in una Nichelino molto “rossa”: la Giunta Comunale non solo non si presenta al suo ingresso in città, ma gli organizza pure, in concorrenza, la gita a prezzi stracciati. Eppure, nel volgere di breve tempo, don Paolo stringe amicizia col Sindaco. I due si fanno spesso vedere insieme e di fatto i rispettivi gruppi di riferimento collaborano “nei momenti difficili”. L’accostamento alla dialettica Peppone-don Camillo è banale, ma forse non del tutto inappropriato. Comune (in testa il Sindaco “comunista”) e Parrocchie (in testa il Parroco “democristiano”) lottano fianco a fianco per la casa, il lavoro, di fronte alla emergenza droga. E litigano fra loro sui contributi alle scuole materne, sugli espropri di terreni, sulla gestione dell’estate ragazzi. Quando, a fine ottobre 1983, la Parrocchia della Trinità ospita il Convegno Nazionale sugli Esercizi Spirituali, don Paolo fa intitolare l’editoriale che accompagna la notizia: “O Dio o i cosacchi…”.
Passano dodici anni. Il muro di Berlino è caduto qualche tempo prima. A Berlino, a migliaia di chilometri di distanza.
Intanto a Nichelino, uno dei ragazzi dell’oratorio, di lì a pochi giorni, sarebbe diventato prete, l’ennesimo del vivaio di don Paolo. Che titola il pezzo di apertura di Nichelino Comunità (tuttora reperibile all’indirizzo https://www.giornalidelpiemonte.it/dettaglio.php?testata=Nichelino%20Comunit%C3%A0&data=1995/05/21 ): “Nichelino terra di comunisti, preti e suore”. E poi: “Non c’è solo la Viberti fallita e tante famiglie operaie: c’è una grande libertà politica alle votazioni e unità granitica nei momenti difficili dove preti e sindacalisti camminano insieme! Si vota sempre rosso (basta vedere i voti di P.D.S. e Rifondazione) eppure in 30 anni sono sorte tre parrocchie nuove e costruite quattro belle chiese sempre gremite, una scuola cattolica, oratori pieni di gioventù…” E, siccome da poco è stato eletto Pier Bartolo Piovano, storico collaboratore di Nichelino Comunità, non si risparmia la stoccata: “…e c’è pure il Sindaco cattolico. Si vede che al Signore questa nostra periferia rossa piace…!”. - Sull’educazione, idee chiare e poi volare
La prima estate il campo della gioventù, a distanza di un anno il campo ex, l’estate successiva il campo super-ex. Tra una estate e l’altra i cenacoli, gli incontri di gruppo settimanali preceduti o seguiti dalla Messa. Al momento “giusto” di questo percorso, un turno di Esercizi Spirituali. Poi basta. Nel dipanarsi di questo percorso ci doveva stare “tutto” l’essenziale su Dio, l’uomo, il mondo.
Finito questo percorso o ti veniva fatta, e tu accettavi, la proposta di diventare ONU e allora don Paolo ti avrebbe supportato con tutti i suoi mezzi. Oppure “Basta, non ho altre proposte per te, adesso vola con le tue ali, non posso più dare del tempo a te, io penso ad altri”.
In realtà, una volta entrata nei radar di don Paolo, la tua immagine non spariva mai. Anche a distanza di anni, bastava un incontro occasionale per riaccendere in lui tutta la passione educativa per la tua personalissima storia, che ricordava con tanto di particolari.
È vero, però, che fino agli anni ’90 inoltrati, i principi guida, sentiti formulare più volte, erano: “La vita di un uomo dipende da alcuni sì e alcuni no detti tra i 14 e i 16 anni”, “I ragazzi non si devono innamorare di me, ma di Gesù Cristo”, “C’è tanta gente che aspetta, non mi posso più occupare di te”, “Io ho messo le fondamenta, a tirar su la casa pensaci tu e fatti aiutare da altri”. Senza trascurare tutte le metafore aereonautiche, che convergevano sulla necessità, una buona volta, di prendere il volo.
Il mondo giovanile si evolveva con la rapidità impressionante che tutti abbiamo conosciuto. Non è certamente un caso che, nell’ultimo decennio da Parroco, don Paolo abbia personalmente promosso, e saldamente governato (affiancandola alla sua storica proposta a base di campi-cenacoli-Esercizi Spirituali, che quindi mai è stata abbandonata), l’esperienza degli scout. Un progetto educativo più dilatato nel tempo, più vario nelle proposte, più orientato oltre l’ombra del campanile.
Resta, formidabile, la lezione di un prete che non si è crogiolato nella forza trascinante del suo straordinario carisma di educatore, ma ha fatto con il suo carisma il bene dei ragazzi che ha incontrato, della sua comunità e della Chiesa. - Il senso del “don” per la Chiesa
A me adolescente in formazione, la distinzione tra chiesa con la c minuscola e Chiesa con la C maiuscola, l’ha insegnata don Paolo, in quel turno di Esercizi Spirituali di cui dicevo all’inizio. Quella con la c minuscola designa l’edificio-chiesa, e don Paolo se ne doveva intendere, avendone a quel tempo già costruita una, S.Luca, a Mirafiori sud, e poi si sarebbe ancora esercitato più volte a Nichelino. Quella con la C maiuscola è la Chiesa-comunità dei credenti voluta da Gesù Cristo. E’ il popolo di Dio, che abita i palazzoni di edilizia popolare delle periferie e che don Paolo ha aggregato con tenacia, ha raggiunto con la radio e il giornale, ha convocato infinite volte attorno all’altare e in processione dietro la statua del santo patrono.
La “gente”: da quelli del Rotary ai tossici. Ha proposto Esercizi Spirituali agli imprenditori e agli allievi del Centro di Formazione Professionale. Ha accompagnato con discrezione la vocazione di seminaristi e ha coltivato i semi di Vangelo seminato nel cuore dei “comunisti”.
La Santa Chiesa. Cattolica, apostolica e “gerarchica”. Che sorpresa! Nei turbolenti anni Settanta, dove era tutto un pullulare di contestazione al Vaticano, al Papa e giù giù al Vescovo, alla Curia, alle strutture e sovrastrutture di “potere”, don Paolo non temeva di rifarsi al suo amato S.Ignazio di Loyola, colui che, guarda caso, aveva “inventato” gli Esercizi Spirituali. Il S.Ignazio che insegnava ai suoi Gesuiti ad amare la Chiesa. Con la C maiuscola. Cattolica, apostolica e, per l’appunto, “gerarchica”.
Ho sentito emozione e devozione nella voce di don Paolo, che diceva “E’ il successore degli Apostoli! È il successore degli Apostoli!” presentando il Vescovo intervenuto a quel Convegno sugli Esercizi Spirituali. E non ho mai sentito da lui, o letto di lui, una parola che fosse men che rispettosa, o anche solo “critica” – in tempi di forte critica, e di scarsa autocritica – nei confronti di Vescovi e Papa. Anzi, come detto: “ubi Petrus, ibi Ecclesia”.
La Chiesa che mi ha fatto gustare, e sperimentare, il don Paolo visto da me è quella che “mi ha dato il Vangelo, mi dà Gesù Cristo, me lo fa incontrare nella Messa, mi dona il suo perdono nella Confessione”. E vuoi non darle la vita, ad una Chiesa così?
Don Filippo Raimondi


