
C’è chi ha parlato della Cresima come del “Sacramento che consacra il disimpegno”. Una
definizione amara, ma ahimè fin troppo verificabile. E tuttavia questa non è una traiettoria
ineluttabile, specie se, a un certo punto, intercetti un personaggio come don Paolo.
Me lo conferma l’incontro che ho avuto con uno storico collaboratore di don Paolo soprattutto in un
tratto significativo della Comunità Nikodemo, il dottor Dino Allione, medico nichelinese. Che si
racconta così: “Ho ricevuto la Cresima in quinta elementare, al termine di un percorso con
caratteristiche molto scolastiche. Nulla, obiettivamente, invitava ad una continuità di vita cristiana:
in parrocchia non c’era una proposta adeguata di oratorio, non avevamo incontrato giovani un po’
più grandi di noi che ci accompagnassero nel postcresima, il passaggio alle scuole medie aveva
rimescolato molte carte nelle mie compagnie. E così in breve tempo, dell’esperienza religiosa
sperimentata negli anni di catechismo mi rimase solo qualche sporadica partecipazione alle
celebrazioni nelle feste comandate. Ma anche, per fortuna, alcuni contatti avviati con bambini e
bambine, che man mano diventavano preadolescenti e adolescenti e con cui per forza di cose ci si
incontrava nelle strade, nei cortili, nei mezzi pubblici del quartiere, prescindendo del tutto, però, da
cammini ecclesiali”.
Se ho fatto bene i conti, siamo nella seconda metà degli anni Settanta. Don Paolo è arrivato da
poco a Nichelino. Come si accende la scintilla?
“Come succede con gli adolescenti. Tra il giro di amici, qualcuno non aveva perso del tutto la fede e
neanche il contatto con la Parrocchia. Una ragazza mi invitò ad andare con lei a un incontro in cui
don Paolo parlava ai ragazzi, e poi a un altro e poi a un altro ancora. Mi colpiva la profondità del
suo argomentare: bocconi solidi donati in modo accattivante. Per varie circostanze avverse non ho
mai fatto un campo della gioventù con don Paolo, e questo mi è mancato molto, eppure grazie a lui
e con lui ho riscoperto la bellezza della confessione…Insomma: sono risalito sulla barca. E non ne
sono sceso neanche nell’anno di servizio di leva e negli anni dell’università. In quegli anni, anzi, con
alcuni miei coetanei, con l’amico Marco Brunetti e con i seminaristi che via via si sono succeduti
nella Parrocchia di S.Edoardo, limitrofa alla “Trinità” di don Paolo, abbiamo dato inizio a una
esperienza di oratorio e di gruppo adolescenti autonoma, ma molto debitrice alla narrazione di don
Paolo. Per cui i momenti di confronto e di conoscenza reciproca non mancavano. Inoltre, mentre io
studiavo medicina, don Paolo muoveva i primi passi con la Comunità Nikodemo. Mi ha chiesto di
aiutarlo e io non mi sono sottratto, continuando a farlo anche dopo la laurea, sempre da volontario,
fino a qualche anno fa”.
La comunità Nikodemo. Meriterà un giorno scriverne una storia accurata. Ma intanto, tu
puoi raccontare qualche aspetto, soprattutto parlando di don Paolo?
“Beh, gli inizi, epici, sono stati ampiamente raccontati, anche da don Paolo stesso. Qui mi piace
ricordare che il nome Nikodemo si rifà al personaggio del Vangelo che cerca Gesù nel cuore della
notte. Davanti al portone della chiesa grande di Nichelino bivaccavano i “tossici” (non si era ancora
in epoca di politicamente corretto e don Paolo, come tutti, usava senza autocensure questo termine),
che poi, terminati i lori riti, suonavano in Parrocchia, nel cuore della notte, per chiedere aiuto. Come
Nicodemo. E la scelta di questo santo patrono dice già molto dell’approccio che avrebbe usato don
Paolo. In una stagione in cui il problema della tossicodipendenza esplodeva, nascevano anche
esperienze di comunità di recupero che avevano alla base le più varie ispirazioni, laiche e religiose.
Ora, io mi sono fatto l’idea che non esiste una ricetta universale per accompagnare i “tossici” a
“venirne fuori” (uso ancora il linguaggio sbrigativo che andava forte in quegli anni). Di fatto don
Paolo riteneva la fede, riscoperta interiorizzata vissuta, il più potente percorso terapeutico. Non era
il solo: Suor Elvira a Saluzzo faceva altrettanto, e con numeri ancora più grandi. E possiamo ben
dire che dalla Nikodemo un certo numero di ragazzi è uscito non solo guarito dalla dipendenza, ma
anche pienamente reintegrato nella Chiesa, a volte con scelte vocazionali particolarmente forti.
Una svolta per la Comunità Nikodemo, fu la figura di suor Lucia Gariglio (omonima, ma non
parente) che portava con sé la grande esperienza accumulata negli anni di lavoro in una comunità di
recupero della Lombardia. Carisma del leader, donna di fede robusta, sapeva integrare con grande
sapienza, nei percorsi terapeutici, gli apporti delle scienze umane. E invece don Paolo aveva delle
riserve riguardo la psicologia. Ho personalmente assistito a memorabili baruffe dei due “garigli
nello stesso pollaio”. Ma i due si stimavano e si volevano bene davvero. Suor Lucia era a tempo
pieno in Comunità; don Paolo, che da Parroco doveva stare dietro a tutta la mole di iniziative che
sappiamo, evidentemente no. Ma lui era un continuo produrre visioni e progetti, lei li ‘metteva a
terra’. E nel giro di qualche anno agli ospiti della Nikodemo viene offerta la possibilità di imparare
il mestiere di tipografo, con l’operazione che condurrà alla produzione de ‘Il Vento’. Non solo: si
aprirà un centro di preaccoglienza a Misobolo e ‘Casa Fides’, che aveva la funzione di essere una
‘postcomunità’, a Stupinigi”.
Torniamo al don Paolo che fa il Parroco, in mezzo alla gente che cresce, lavora, soffre, ama. A
Nichelino i credenti riempiono le chiese, ma sono pur sempre “piccolo gregge”, minoranza
dispersa in una popolazione che vive in pieno i venti della secolarizzazione. Ti faccio una
domanda difficile: ci sono stati momenti in cui il Parroco don Paolo ha saputo parlare anche a
quella parte di nichelinesi manifestamente estranei alla vita delle parrocchie?
“Beh, una parte del tutto particolare di questi nichelinesi sedeva sui banchi del Consiglio Comunale
e dell’Amministrazione della Città. Tanti elementi potevano portare alla guerra fredda permanente,
eppure, per quel che ho visto io, don Paolo ha tenuto aperti tutti i canali di dialogo possibili con la
politica.
Ma c’è un momento, secondo me, in cui don Paolo è stato il Parroco di tutti i Nichelinesi: i giorni
della morte di Gianfranco Ligustri (un animatore della Parrocchia, perito in una disgrazia durante i
campi della gioventù, NdR). La città non aveva forse mai visto una tragedia con queste
caratteristiche: non solo il ragazzo giovane, conosciuto e apprezzato da tanti per la sua bontà e
generosità, di gran belle speranze. Ma anche l’esperienza dei campi della gioventù iniziata da pochi
anni brutalmente interrotta, le centinaia di famiglie che vedevano nella Parrocchia un “posto sano”,
che avevano tutti i motivi per sentirsi beffate, e non mancò chi ipotizzava colpa o dolo di questo o
di quello. E soprattutto l’emergere prepotente delle grandi domande sul senso della vita, della morte,
sulla presenza/assenza di Dio, a cui nessuno, in verità, riesce a sottrarsi, meno che mai se posto di
fronte ad un fatto che mise in subbuglio tutta la città.
Ecco: alla veglia funebre per Gianfranco, c’era, si può ben dire, tutta la città. Don Paolo pregò e fece
pregare, fece parlare e parlò. A partire da quella sera, quella tragedia si è trasformata in speranza”.
Fammi dire che concordo pienamente. In una comunità grande come la Trinità di Nichelino,
la “morte giovane” si è ripetuta tante volte. Personalmente ho raccolto in questi anni tante
voci che mi hanno raccontato il bene fatto dai libri scritti da don Paolo sulla storia di
Gianfranco. E il bene che tante famiglie in preda alla disperazione hanno trovato
nell’esperienza dei “Ragazzi in cielo”, nelle celebrazioni attorno alla croce in Valle Stretta.
Dopo la tragedia di Gianfranco, i campi della gioventù non solo non si sono fermati, ma sono
diventati ancor più di prima “La stagione di Dio”, per dirla col titolo del più celebrato best
seller di don Paolo.
Adesso, però, basta con gli elogi. Ti sfido a dirmi qualcosa di meno edificante su don Paolo.
“Buono e bravo, ma un caratteraccio. E mi è spiaciuto che non sia riuscito a limare alcuni aspetti del
suo carattere. E mi fermo qui”.
Va bene, fermiamoci qui. Ma prima dimmi tre regali grossi e duraturi che don Paolo ha fatto
a te, alla gente che ha incontrato e alla città tutta.
“Io mi sono riavvicinato alla fede grazie a don Paolo. A distanza di anni riconosco che l’incontro
con lui in quella stagione della mia vita ha segnato una svolta decisiva e permanente.
Convengo che non per tutti possa essere andata così, ma a don Paolo è giusto riconoscere una
grande capacità di saper interloquire con ‘tutti’ i ragazzi. Ne ha incontrati tantissimi, di ogni ceto
sociale, di ogni livello di istruzione, con tutti i tipi di percorso alle spalle. E se dici ‘don Paolo’ a uno
che l’ha incontrato magari decenni fa, qualunque cosa costui sia stato allora o sia diventato
successivamente, inneschi subito una memoria significativa.
Allargando poi lo sguardo oltre l’ombra del campanile, trovo molto prezioso, lo ribadisco, che sia
stato capace di tenere aperti i canali con la realtà civile e anche con il mondo della politica cittadina.
Sono canali sempre un po’ scivolosi, e a Nichelino e in quegli anni, poi, ancora più che altrove.
Ebbene quei canali don Paolo li ha aperti e abitati da 40 anni fino a oggi. Oggi, che la
chiameremmo “Chiesa in uscita”.
dFR

